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Monteleone Sabino

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Da Nord

Prendere l'autostrada del Sole A1 in direzione Roma, seguire la direzione Rieti, Grande Raccordo Anulare, Roma Nord, uscire a Fiano Romano e seguire le indicazioni per la SS 4 Salaria in direzione Rieti, svoltare sulla SR 314 in direzione di Monteleone Sabino.

Da sud

Per chi proviene da sud, prendere l’autostrada del Sole A1 in direzione Firenze e uscire al casello autostradale di Fiano Romano, seguire poi le indicazioni per imboccare la SS4 Salaria in direzione Rieti, svoltare sulla SR 314 in direzione di Monteleone Sabino.

Da Rieti

Prendere la SS 4 Salaria, attraversare Case San Benedetto, svoltare sulla SR 314 in direzione di Monteleone Sabino.

In treno

Si può raggiungere la stazione ferroviaria di Rieti (linea Terni - Rieti - L'Aquila - Sulmona), si prosegue in autobus con le Autolinee Cotral.

Questa località doveva godere  di una posizione straordinaria trovandosi al bivio tra la Salaria e la Caecilia.

L’attuale denominazione di Monteleone sembra proprio derivi dai numerosi leoni litici sparsi nel territorio circostante.

Oltre ai leoni che fanno la guardia alla chiesetta di S. Vittoria è infatti possibile vederne altri due nella piazza XXIV Aprile - posizionati su colonne antiche - e un’altra coppia posta dinanzi all’ingresso dell’Ospizio di S. Spirito che ha un interessante portale in pietra del XV secolo.

Prima della piazza, tra le panchine del giardino che si apre su un belvedere della sottostante vallata, si può notare un reperto romano di curiosa fattura: un lungo cilindro embricato – forse il pulvino di un sarcofago – che nella parte terminale presenta un volto enigmatico, probabilmente di Gorgone.

Il centro abitato di Monteleone - che conserva le strutture medievali  risalenti all’XI secolo - presenta una sistemazione urbanistica a “spina di pesce” con la strada principale a rettilineo e le vie laterali in perpendicolo.

Il borgo medievale può essere attraversato per intero, fino al termine del paese, seguendo la via principale; le facciate delle case che si susseguono lungo il percorso sono una ulteriore testimonianza archeologica del luogo poiché molte fra esse sono arricchite di frammenti di fregi, capitelli e lacerti di epigrafi di epoca romana.

Anche la parrocchiale Chiesa di S. Giovanni Evangelista mostra un portale quattrocentesco con pilastrini di età romana con girali e tirsi e sul fianco e sul campanile elementi di fregio dorico.

L’antica Trebula, fu dapprima vicus ed ebbe poi in età augustea il rango di Municipium; fu patria del console Lucio Mummio che nella metà del II secolo a.C. donò alla sua città alcune statue riportate dalla Macedonia dopo la vittoria di Corinto sulla Lega Achea. Nel locale Museo Archeologico sono conservati importanti reperti, tra cui oggetti di una stipe votiva della prima metà del III secolo a. C. e molte iscrizioni illuminanti sulla storia dell’antica città.

Trebula visse il maggior splendore nel periodo tra Adriano e Antonino Pio; si sviluppò su tre alture (Colle Foro, Diana, Castellano) separate da una valletta (Pantano), ricevendo una sistemazione urbanistica e monumentale. Sorsero infatti in questo periodo le terme (in località Castellano) e l’anfiteatro (in località Pantano), di cui appaiono alcune strutture insieme a resti di un tempio, di cisterne e sostruzioni.

Tutto ciò fa parte di un suggestivo parco archeologico che ha il suo inizio da un antico convento francescano, ormai in triste decadenza, con la chiesa - che ha al suo fianco il consueto leone - il chiostro e il pozzo.

Questo straordinario patrimonio, ancora in parte da scoprire, è immerso in un ambiente naturale ricco di vegetazione incontaminata, costituita soprattutto di olivi secolari distribuiti armonicamente su prati e declivi a formare il paesaggio unico e ormai famoso dell’antica Sabina.

Museo Civico Archeologico

Nato nell'Ottobre del 1995, il Museo Archeologico Trebula Mutuesca è stato realizzato per conservare le testimonianze artistiche e storiche rinvenute nel sito della omonima città sabina.

Il Museo è ospitato in alcuni locali del Palazzo Comunale di Monteleone Sabino (Rieti) ed è articolato in modo da illustrare le vicende del sito di Trebula dall'impianto del primo santuario italico (IV secolo a.C.) allo sviluppo della città in epoca romana, fino alla decadenza e all'abbandono nel primo medioevo.

Il Museo è stato realizzato dal Comune di Monteleone Sabino e dalla Soprintendenza Archeologica per il Lazio, con il contributo della Regione. I reperti esposti inizialmente facevano parte del materiale recuperato negli scavi del 1958 e del 1980, mentre molti pezzi, soprattutto lapidei, erano in giacenza nella chiesa di Santa Vittoria o frutto di rinvenimenti occasionali. Nel 2003 é stata aperta una nuova sala, dove vengono esposti i pezzi più significativi che provengono dagli scavi più recenti(1999-2007).

Fra i compiti del Museo bisogna considerare soprattutto la conservazione e la divulgazione dei beni culturali che esistono sul territorio, nonché la collaborazione con la Soprintendenza nell'opera di tutela e salvaguardia dei reperti archeologici e artistici

Posto su un'altura ben difendibile, il paese di Monteleone Sabino nacque in età altomedievale, a partire dal castello edificato molto probabilmente verso il IX secolo dagli abati di Farfa. Per qualche tempo il castello continuò ad essere citato come pertinente a Trebula, per cui si deve supporre una continuità di vita dell'antica città romana, anche se nel 943, in una bolla di papa Martino II, si parla di un Leonem Montanianum.

Deve il suo nome probabilmente alla presenza nella zona di moltissime sculture rappresentanti leoni, tra cui le due poste all'ingresso del paese, o forse al fatto di essere stato per lungo tempo sotto il dominio della famiglia Brancaleoni di Romania. Nei secoli successivi il castello e i paesi di Trebula e Ginestra rimasero proprietà dell'Abbazia di Farfa, ma con la crisi dell'ordine benedettino si avvantaggiarono alcune famiglie nobili, che si impadronirono delle proprietà ecclesiastiche: così nel 1285 Castelleonis (forse Monteleone) compare nel testamento di papa Onorio IV come proprietà dei Savelli, mentre quasi 100 anni dopo i Brancaleoni ne sono feudatari. Monteleone, che fu saccheggiato nel 1460 dalle truppe del capitano di ventura Jacopo Piccinino, fu proprietà dei Cesarini e degli Orsini, ai quali passò definitivamente nel 1480. Nel 1604, morto senza eredi Enrico Orsini, Monteleone venne incamerato dalla Santa Sede. Nel 1700 i beni della Camera sono affidati in enfiteusi alla famiglia Gamberi-Lancelotti.

In tempi recenti merita di essere ricordato l'eccidio compiuto dai tedeschi il 24 Aprile del 1944, quando i soldati occupanti rastrellarono undici innocenti, 10 di Monteleone e un venditore ambulante di passaggio, fucilandoli nei pressi di S. Vittoria.

La leggenda è legata al culto di S.Vittoria, patrona del paese.S. Vittoria era una giovinetta di nobile famiglia, orfana, che si convertì al cristianesimo sotto l'Imperatore Decio, attorno all'anno 250. A quel tempo un orribile drago, che si era annidato in una grotta, spargeva la morte fra la popolazione di Trebula; Vittoria riuscì con la forza della fede a cacciarlo via, per questo motivo la popolazione della città si convertì in massa.

Malgrado la fama acquisita con l'impresa, Vittoria fu invitata da un funzionario, Taliarco, ad abbandonare il cristianesimo e venerare la dea Diana ed al suo rifiuto venne uccisa con un colpo di pugnale. Dopo sette giorni la santa fu seppellita nella grotta del drago e lì venerata. Si racconta inoltre che nell'esatta zona in cui avvenne il martirio l'erba non cresca più.

Un tappeto d’erba verdissimo, con due leoni di pietra a fare da sempiterni custodi, è la perfetta introduzione ad un luogo dall’atmosfera magica e incantata: in fondo al prato - su cui sono sparsi blocchi squadrati e porzioni di colonne - appare in tutta la sua particolarissima struttura la facciata di marmo bianco della chiesetta romanica dedicata a Vittoria, nobile romana martirizzata  nel 253 sotto l’imperatore Decio.

Un primo edificio sacro sorto presso la tomba di Santa Vittoria sembra risalire all’VIII secolo mentre la chiesa che vediamo oggi  fu edificata nell’XI secolo e dedicata nel 1171 dal Vescovo Dodone. Alla fine del XII secolo la chiesa doveva far parte di un complesso conventuale di cui non si conoscono però le dimensioni.

Il suo bellissimo portale sormontato da un rosone è decorato da motivi zoomorfi e coronato di girali e racemi; quattro edicole vuote lo attorniano per simmetria ma a ben vedere questo armonico equilibrio è  per così dire punteggiato di corpi anomali: qua e là sono incastonati nella quadrettatura della pietra elementi architettonici di più antica provenienza. Da monumenti romani infatti derivano tutti quegli ornati che rendono così unica questa costruzione. Anche sul fianco un fregio dorico con iscrizione e testa virile e dischi nelle metope contribuisce all’originalità dell’insieme.

Il campanile del X secolo fu sopraelevato nei primi anni del 1200: l’antica campana che si conserva nella sua torre porta infatti la data del 1223.

Entrando nell’atrio, le cui pareti sono coperte di affreschi trecenteschi, occorre scendere di cinque gradini per trovarsi nella chiesa vera e propria, a tre navate.

Le arcate sono sostenute a sinistra da pilastri realizzati con antichi conci squadrati mentre a destra rocchi di colonne delineano arcate più basse e strette.

Questa navata s’interrompe a metà per formare una stanza che occupa anche il presbiterio e attraverso una porticina - sormontata da un’epigrafe del 1156  commemorante la consacrazione di un altare - scendendo alcuni scalini, si entra in un ambiente formato da murature di differenti epoche. Qui compare sulla destra, entrando, un sarcofago strigilato con arcosolio affrescato nel cinquecento la cui iscrizione latina sottostante, datata 1480, ci rammenta che quello fu proprio il sarcofago di S. Vittoria: “Hic olim jacuerunt ossa S. Victoriae V. et M. Adorabimus in loco ubi steterunt”.

Si pensa che da questo sacello - scendendo altri gradini - si dipartissero ambulacri per la piccola catacomba paleocristiana, oggi inagibile, alla quale è pure collegata, mediante cunicoli, una cisterna situata poco sopra la chiesa.

Proprio nel centro della chiesetta vi è la cisterna che raccoglie le acque che la tradizione dice siano sgorgate al momento del martirio della Santa.

Nella tribuna è interessante l’affresco quattrocentesco che raffigura S. Vittoria.

Anche il Ciborio e la statua di legno dipinto di S. Michele Arcangelo, di autore tedesco della fine del quattrocento, sono da ammirare.

Il culto di S. Vittoria ha in realtà perpetuato nel tempo quella che secondo testimonianze epigrafiche doveva essere la vocazione cultuale in direzione taumaturgica della città sabino-romana di Trebula Mutuesca.

Anfiteatro Romano

In località Pantano, sulla strada che da Monteleone conduce al Santuario di Santa Vittoria, si ergono le imponenti vestigia dell'anfiteatro recentemente messo in luce quasi integralmente.

L'edificio, a pianta subellittica di mt. 94 x 66, è realizzato in opera mista e blocchi di calcare; parzialmente appoggiato alla roccia collinare, presenta due ingressi principali sull'asse maggiore. Tutto intorno una pavimentazione in lastricato calcareo, mentre sotto la cavea, in gran parte sparita, sono stati evidenziati vari ambienti radiali, di cui alcuni pavimentati in semplice mosaico bianco e nero o a mattoncini (opus spicatum).

Nel corso degli scavi sono state rinvenute due iscrizioni traiane, databili al 115, che ricordano una ricostruzione effettuata a cura dell'imperatore. Molto interessante la galleria esplorata sotto l'arena, che era coperta da volta a botte, oggi crollata, raggiungibile dal foro attraverso un lungo corridoio ipogeo; all'estremità occidentale un ambiente semilunato con una grande nicchia rettangolare, sui lati una serie di mensole in calcare che forse sostenevano un impalcato ligneo.

Ginestra

Su di un colle si trova una piccola frazione di Monteleone Sabino denominata GINESTRA.

Questo piccolo paese è circondato da secolari ulivi e verdi boschi e vi primeggiano anche bellissimi ciliegi.

La leggenda vuole che Ginestra fosse sorta su di un colle dove abbondavano odorose piante di ginestre e dove una tribù di zingari, ivi fermatisi, fondasse le prime case del futuro paese.

Queta leggenda, potrebbe avere anche un fondo di verità.

Dopo la distruzione dell'antica città di Trebula Mutuesca da parte dei barbari, gli abitanti impauriti abbandonarono la loro patria e si rifuggiarono in luoghi meno accessibili,

costruendovi in primo tempo dei fortilizi per poi trasformarli in castelli.

Anche Ginestra riteniamo sia nata in questo modo.

Sui colli che circondano questo paese, un tempo dovevano trovarsi delle abitazioni romane, basterebbe osservare attentamente una pietra servita per la costruzione della torre quattrocentesca, dove scolpita si vede, in bella mostra, la figura del sole.

All' esterno della chiesetta di Santa Maria, sul lato destro posteriore, si trova una bella mensola di travertino di epoca romana, dove si vede scolpita una figura umana con le ali, che tiene in mano una lunga fune.

La scultura sembra che risalga ai primi tempi dell' era cristiana, perciò, si potrebbe dedurre che si tratti della figura dell' Arcangelo San Michele. Altri importanti reperti archeologici in Ginestra non se ne trovano ed è un peccato, perchè avrebbero potuto chiarire se questo paese fu in origine "romano" oppure è una costruzione di epoca prettamente "medievale".

Storicamente è accertato che questo paese servì per lungo tempo, come punto di difesa e di osservazione, perchè dalla sua elevata posizione si controlla benissimo il passaggio che avviene dalla via salaria.

Ginestra si riconosce per la sua bella torre quattrocentesca di forma pentagonale all' esterno e quadrangolare all' interno.

A Ginestra Sabina si produce uno dei migliori oli extravergini di oliva del mondo.

Il piatto tipico di Monteleone Sabino è rappresentato dalle fettuccine alla trebulana da un’ antica ricetta romana all’aglio e persa, una ricetta tramandata oralmente dalle donne di Monteleone, è il segreto per queste fettuccine dal sapore unico. Un impasto di farina ed uova, la sfoglia tirata a mano con il matterello di legno, lo spessore della sfoglia e il taglio finale sono solo alcuni dei segreti che lo rendono così gustoso. Inoltre, grazie alla produzione di ottimo olio extravergine di oliva DOP, si realizzano deliziose bruschette. I dolci caratteristici sono le ciambelline all’anice.

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